Il sottile razzismo dello chef “giapponese”…

…e la sottostante presa in giro

Sono stato ieri a mangiare in un ristorante dell’ennesima catena di ristoranti di sushi che ha aperto da poco. Come ripromessomi tempo addietro eviterò di postare commenti e stroncature sulla cucina di un ristorante che non arriva nemmeno a classificarsi come ristorante giapponese. Buon per loro… A parte il concept informale e simpatico, il buon servizio e il nome della catena anche abbastanza originale, come la maggior parte di queso tipo di locali, ciò che si serve lì non è che la pallida caricatura del sushi e della cucina giapponese. Il solito riso in bianco pressoché scondito e troppo pressato, il solito pesce non proprio freschissimo, i soliti ingredienti improbabili come le uova di pesce volante verdi o il mochi al cioccolato. (Ricordiamo per l’ennesima volta che il sushi-meshi, il riso da sushi, non è semplice riso in bianco, ma riso lavato, bollito fino a fargli assorbire tutta l’acqua di cottura, condito ancora a caldo con un preparato di aceto di riso, zucchero, sale e raffreddato velocemente.)

Tuttavia, una delle cosa che più di ogni altra accomuna questo tipo di ristoranti, e quello di ieri sera non faceva ovviamente eccezione, è l’immancabile presenza del cuoco “giapponese”. Il che mi porta alla riflessione che ha dato vita al post e alla sottile incazzatura di fondo. Posto che la persona dietro il bancone alle prese coi coltelli non era giapponese, la domanda che sorge spontanea è quale sia il valore aggiunto che da’ un cuoco asiatico al sapore del sushi o a un qualsiasi piatto di cucina giapponese? Nessuno. O meglio, da’ lo stesso contributo che danno al sapore dei piatti i ninnoli in bambù, i rotoli appesi con gli ideogrammi dipinti, i piatti quadrati in ceramica raku, le statue di buddha o maneki-neko e tutti i parafernalia che caratterizzano il più trito stile dei ristoranti pseudo-nipponici. Di fatto il cuoco generamente asiatico altro non è che parte dell’arredamento. E qui già si sente il primo vago olezzo di classico razzismo. Un po’ come il buttafuori di colore di fronte alla discoteca hip-hop.

Andando più in là col ragionamento non ci facciamo mancare nemmeno un po’ di sano razzismo al contrario. Cos’ha a che fare il Viet Nam, la Cambogia, la Thailandia, la Cina (al 99% è da uno di questi paesi che viene il cuoco del vostro ristorante giapponese preferito) con la cucina nipponica più di quanto non ne abbia l’Italia? A parità di curriculum per un posto da cuoco di ristorante giapponese, l’etnia fa o no la differenza sul gusto della ricetta? Un candidato di origine asiatica ha più chance di ottendere il posto rispetto a un italiano o a un europeo? Ciò è eticamente accettabile?

Ma soprattutto, è mai possibile che i gestori di questi ristoranti abbiano una così bassa considerazione dei propri clienti da pensare che siano tanto ingenui da sciropparsi acriticamente la favoletta del cuoco giapponese?
La prossima volta che andate in un ristorante giapponese toglietevi lo sfizio di domandare al cameriere o al manger del locale da dove provenga il taciturno asiatico che mettono in bella vista dietro al bancone del sushi e godetevi l’imbarazzata risposta.
Il re è sempre e comunque nudo.

This entry was posted in Riflessioni sulla cucina giapponese. Bookmark the permalink.

Comments are closed.